Luce letteraria, portfolio

Guida galattica per femministi in 16 libri

La scrittura ha dato da sempre alle donne il potere di esprimere le proprie idee e i propri sentimenti e quindi di sfidare un sistema oppressivo e limitante.

Dal 1700 a oggi, la letteratura è costellata di opere spettacolari di narrativa, teoria e critica che ruotano tutte attorno a una cosa: il femminismo. Questa è una guida (parziale) sia per chi cerca di rispolverare i primi giorni del movimento, sia per chi vuole farsi ispirare dalle eroine della causa o testimoniare fino a che punto siamo arrivati (e quanto lontano ancora dobbiamo andare).

I libri di questo elenco vogliono essere uno spunto sul tema del femminismo. A partire dalle letture storiche – comprese quelle dimenticate o insospettabilmente vicine al tema – fino alle ultime uscite. Spaziando fra i generi e le forme: dal saggio al romanzo, dal ted talk al graphic novel.

Continua a leggere su Artribune.

Standard
Photo by Daria Shevtsova
Luce letteraria, portfolio

12 libri per tempi incerti

La parola crisi deriva dal greco krisis che significa scelta. Saper distinguere, non a caso, è importante nei momenti di smarrimento personali o globali.  

Per affrontare incertezze e cambiamenti radicali, i libri sono degli ottimi alleati. Nei primi mesi della pandemia in molti hanno vissuto un blocco della creatività oppure non riuscivano più a leggere e a coltivare i soliti interessi.

Mi capita spesso di rimandare una lettura e di dare priorità a un libro perché il tema penso si confaccia di più al periodo o al mio umore. Magari ho più bisogno di spensieratezza, oppure per lavoro sto già leggendo molto di un certo tema e sento il bisogno di variare e quindi opto per un altro genere.


In base ai dubbi e ai desideri, alle mancanze e alle paure, orientiamo le nostre letture.

Ognuno ha le sue urgenze emotive a cui badare, anche e soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, fatto di slanci e false ripartenza ma ancora molto nebuloso.

Per questo ho selezionato per Artribune 12 libri per tempi incerti, tutti diversissimi, per sbloccare e rivitalizzare i sensi.

Standard
Foto di anncapictures da Pixabay
Cinema, Luce d'arte, portfolio

5 film sul mondo dell’arte da (ri)vedere

Sono come una macchina che genera empatia”.

Così Roger Ebert definì i film, aggiungendo: “Noi siamo chi siamo. Dove siamo nati, come siamo nati, come siamo cresciuti. Siamo un po’ bloccati dentro quella persona, e lo scopo della civiltà e della crescita è essere in grado di raggiungere ed entrare in empatia con le altre persone”.

Il cinema ci offre un’immersione completa in un’altra realtà, portandoci in un’esperienza quasi fuori dal corpo e nella vita di qualcun altro, che è forse quanto di meglio si può desiderare in un periodo insolito come quello attuale. Mentre i musei piano piano riaprono in tutta Italia ma i cinema non hanno ancora una data di ripartenza, ecco cinque film incentrati sul mondo dell’arte: non i classici biopic o documentari ma pellicole recenti che trattano l’argomento in maniera più o meno tangente.

Continua a leggere su Artribune

Standard
Il peso specifico delle parole

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Carver sintetizza la questione delle questioni. Quand’ecco che potrebbe fargli eco Auden:

La verità, vi prego, sull’amore.

Il nervo scoperto è proprio quello lì.

Quell’immateriale sensazione di cui tutti parlano, ispirazione da sempre di artisti come di comuni mortali.

Secoli di parole e immagini, teorie e negativi e ancora l’amore è un fenomeno a tratti incomprensibile. La matrice della sua impenetrabilità risiede nell’inevitabile casualità con cui si manifesta. Eppure c’è una fenomenologia sostanziale da cui non si prescinde. Che lo si voglia descrivere, dipingere o fotografare.

Qualsiasi piega prenda una storia d’amore la sintomatologia è simile. Almeno all’inizio.

Perché l’amore o è molesto o non è.

Elena Ferrante

Foto di Gabby K da Pixels

Assomiglia a un’attesa di qualcosa che non si sa spiegare, a una felicità improvvisa, a un baluginare continuo, a uno sfrigolio allo stomaco.

Quell’immaginario atemporale si piega ai versi, alle descrizioni più elucubrate e si compie nei volti di dipinti, statue e fotografie.

Poeti, pittori, fotografi di ogni secolo hanno provato a dare un volto all’amore.

Ancora di più oggi, è d’uso comune condividere foto d’amore. Complice la virtualizzazione del reale e la mania social. Se prima a immortale sguardi languidi e pose di coppie c’erano solo i fotografi dei matrimoni o qualche scatto rubato a feste ed occasioni speciali. Ora come ora diventa quasi un’azione quotidiana.

Abbiamo bisogno di rubare tempo al tempo, amore all’amore, di partecipare a un’estetica dei sentimenti?

In parte così si spiegherebbe l’intimità dei corpi, dei baci e degli abbracci che stanno costellando i social.

Abbiamo due possibilità per valutare questa tendenza, narcisismo nell’era social o un bisogno di agganciarsi all’amore e non-importa-come. Le possibilità non necessariamente si escludono.

Sono tempi complicati, il precariato esistenziale ci costringe ad adattarci in continuazione, ad avere un modello di vita sempre provvisorio e in perenne modificazione e riguarda ogni aspetto della nostra vita. In questo scenario altamente corruttibile sentiamo il bisogno di appellarci a qualcosa che possa essere il collante delle nostre crepe. Quel collante sembrerebbe essere proprio l’amore.

Perché sono le boccate d’aria rubate ogni tanto che ci permettono di andare in apnea nei momenti più difficili.

***precedentemente pubblicato su I like it magazine***

Standard
Luce letteraria

L’arte di dire basta, piccolo compendio d’ispirazione

“Credo che la cosa più desiderabile al mondo sia la libertà di essere fedeli a se stessi, vale a dire l’Integrità”.

È il 23 novembre 1947 e una quattordicenne Susan Sontag scrive queste parole nel suo diario.

Dovrebbe essere sufficiente questo per dire basta. Ma basta a cosa?

A tutto ciò che ci rende infelici e insoddisfatti, a tutto quello che ci limita e sminuisce. A un vizio, a un cliché, a uno stato d’animo, a una persona.

Scegliamo noi i nostri vincoli, segniamo noi la nostra linea di sopportazione e se c’è qualcosa che vogliamo cambiare è giusto trovare il coraggio per farlo.

E se pensiamo che non è il momento giusto perché abbiamo Saturno contro, il mutuo, una certa età, dovremo solo pensare che il momento giusto non esiste, esiste solo quello in cui è necessario farlo.

Non è affatto semplice e a volte serve un aiuto, una spinta o un segno.

La letteratura è ricca di casi di scrittori che hanno smesso – o almeno ci hanno provato – e di personaggi che hanno compiuto piccole rivoluzioni per riallinearsi con se stessi.

C’è un’architettura di possibilità da creare ogni giorno ma qualche lettura può essere d’ispirazione!

L’AMICA GENIALE, ELENA FERRANTE

Lenù e Lila fin da bambine lottano per emanciparsi in un ambiente difficile, opprimente, patriarcale. È una storia di amicizia, formazione, riscatto, che insegna come solo con la determinazione, la preparazione e la consapevolezza, si possa trovare la propria strada.

Consigliato per: chi sente schiacciato dalle convenzioni e dagli stereotipi

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO, GAIL HONEYMAN

Eleanor è una donna dal passato difficile che l’ha resa spaventata e diffidente ma che vuole cominciare a vivere a pieno: “Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene”.

Consigliato per: chi vuole uscire dalla sua campana di vetro

LA MISURA DI TUTTO, ZELDA WAS A WRITER

Nina ha sempre pensato che rifiutare il cambiamento l’avrebbe messa al riparo dal dolore e dall’imprevisto poi accade qualcosa che la porta ad uscire dal suo guscio e a gettarsi nella meraviglia dell’inatteso.

Consigliato per: chi vuole uscire dalla sua comfort zone

LA CAMPANA DI VETRO, SYLVIA PLATH

Esther si sente “come un cavallo da corsa senza piste”. È giovane, brillante, ambiziosa ma l’America spietata, borghese e maschilista degli anni Cinquanta la soffoca come una vera e propria campana di vetro.

Consigliato per: chi si sente soffocato dalle convenzioni sociali

LADY CHATTERLEY, DAVID HERBERT LAWRENCE

Il romanzo scandalo che indaga la richiesta di emancipazione sessuale (ma non solo) da parte di una donna colta e romantica che sceglie di vivere in maniera anticonformista.

Consigliato per: vuole riscoprire la potenza dell’eros

ANNA KARENINA, LEV TOLSTOJ

L’eroina russa rigetta le convenzioni per inseguire la sua libertà e perfino il tragico epilogo può essere letto come l’estremo tentativo di liberarsi dall’opprimente società. Una delle figure più affascinante del panorama letterario tratteggia i limiti dell’infelicità.

Consigliato per: vuole vivere una passione corroborante

I MISERABILI, VICTOR HUGO

Jean Valjean, è un ex forzato che è riuscito a rifarsi una vita. Il riscatto sociale ha però un prezzo morale troppo alto, preferisce tornare ad essere un perseguitato dalla legge che lasciare che un innocente paghi per le sue colpe.  

Consigliato per: chi ha bisogno di riappacificarsi con se stesso

UNA STANZA TUTTA PER SÉ, VIRGINIA WOOLF

Il saggio svela il rapporto tra letteratura e le donne, indagandone sottilmente i bisogni, perché “la libertà intellettuale dipende dalle cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale”.

Consigliato per: chi ha bisogno di uno spazio tutto per sé

IL BARONE RAMPANTE, ITALO CALVINO

Cosimo Piovasco barone di Rondò a un certo punto decide di trasferirsi sugli alberi e di non mettere mai più piede sulla terra. La storia di Cosimo è stata letta come un’allegoria della condizione dell’intellettuale ma resta comunque una perfetta metafora dell’esistenza.

Consigliato per: grandi e piccini che vogliono cambiare prospettiva

***precedentemente pubblicato su I like it magazine***

Standard
ilari alpi
Attualità

“Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Depistaggi e verità nascoste a 25 anni dalla morte”

Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono freddati a colpi di kalashnikov. Sono da poco tornati al loro albergo, il Sahafi, hanno attraversato la green line, la linea verde che dal 1991 divide
in due la città. Una parte è controllata da Ali Mahdi, l’altra dal generale Aidid. Raggiungono l’hotel Amana e
ci rimangono solo pochi minuti. Appena ripartiti, alle ore 15:00, una macchina con a bordo un commando
composto da uomini somali blocca il loro fuoristrada. Pochi secondi e scoppia l’inferno. Sopravvivranno solo
l’autista e l’uomo di scorta a bordo del fuoristrada Toyota. Miran viene trovato morto ma Ilaria è ancora in
vita. L’imprenditore italiano Giancarlo Marocchino e alcuni suoi uomini li portano al porto vecchio di
Mogadiscio dove un medico militare tenterà di prestarle le prime cure, ma invano. È il punto di non ritorno,
la verità non dovrà mai uscire fuori. Almeno fino ad oggi.

Ilaria Alpi - Wikipedia


“Il lavoro di Ilaria e Miran in Somalia è stato come lanciare una pietra in un formicaio. È stata una minaccia
concreta alla stabilità di un sistema in cui girava un mucchio di soldi: quelli degli sperperi miliardari della
cooperazione allo sviluppo, quelli dei traffici di rifiuti e delle armi, quelli dei contratti petroliferi promessi dai
signori della guerra ai loro burattinai per un dopoguerra che non è mai arrivato. Ma non solo la Somalia del
1994 non era la terra di nessuno. Era la terra di tutti. Di tutti i traffici internazionali che possiamo
immaginare. Un territorio senza legge senza stato in un’area strategica per tutto il continente, come il
Corno d’Africa: uno snodo centrale con il Medio Oriente e l’Oriente, legato dal Mar Rosso al Mediterraneo.
Un’area in cui si era impiantato un sistema di equilibri tra interessi diversi inconfessabili, che ha avuto – e ha
ancora- paura di essere esposto, decifrato, compreso”.


“Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Depistaggi e verità nascoste a 25 anni dalla morte”, pubblicato da Round
Robin,
ripercorre la vicenda raccontando alcune delle verità fino ad ora taciute. Curato da Luigi Grimaildi
(Le Iene) e Luciano Scalettari (Famiglia Cristiana), insieme ai contributi di Marco Birolini, Francesco Cavalli,
Massimiliano Giannantoni, Mariangela Gritta Grainer, Alessandro Rocca, Roberto Scardova e Maurizio
Torrealta.


Alla fine delle indagini di una delle pagine più sanguinose del giornalismo internazionale resta un quesito
fondamentale che raccoglie tutti gli altri: chi sono i colpevoli e perché non sono stati mai cercati?

*Precedentemente pubblicato su Artslife*

Standard
Le tre età della donna - G. Klimt
Luce d'arte, portfolio

Cosa significa essere madri e artiste

«Nella maternità affondano profondamente le radici tanto della schiavitù quanto della liberazione del sesso femminile».

Helene Stöcker, lo ha scritto nel 1912, molto prima della rivoluzione sessuale e della legge sull’aborto ma pur sempre in pieno fermento femminista.

E ancora oggi la scelta di essere o non essere madri rimane, forse, il nodo esistenziale della libertà femminile.

Le artiste di ogni tempo non sono sfuggite – né sfuggono oggi – a questa dialettica.

Alcune artiste sono diventate madri perché lo desideravano, altre non ci sono riuscite pur volendolo e altre ancora hanno scelto di non avere figli.

Cosa significa essere artiste, cosa significa essere madri. Cosa significa essere madri e artiste?

Quando, poi, a volte, scatta il conflitto tra l’esser madre e artista. Nessuno mette in discussione le capacità di un uomo di essere artista e padre.  Né tanto meno viene svalutato intrinsecamente dagli altri uomini se non sceglie la paternità. Per una donna è diverso – non solamente per le conseguenze fisiche e emotive della gravidanza ma anche per secoli di abnegazione femminile che hanno spesso spianato la strada all’egocentrismo artistico e personale degli uomini.

Pur comprendendo le pressioni, l’idea che le donne debbano sacrificare la maternità per il bene della carriera, riflette una morale insidiosa e retrograda.

Margaret Keane ha cresciuto da sola la figlia avuta del primo marito, dipingendo quadri da vendere in strada per mantenere la piccola Jane. I bambini dai grandi occhi tristi sono diventati il suo simbolo anche dopo che Walter, il secondo marito, se ne è impossessato. Una donna non avrebbe avuto lo stesso successo e così lei si era lasciata convincere a firmare gli occhioni col nome di Keane. Ua cavia da pittura, 16 ore al giorno, per mantenere la sua stessa gabbia d’oro, fino a che l’eccessiva bramosia del marito la portano a citarlo in giudizio e a vincere la causa dipingendo un quadro in tribunale.

Frida Kahlo, invece, è il volto della maternità inseguita e negata. I suoi quadri sono pezzi d’inconscio messi a nudo, la malattia, il dolore, gli innumerevoli aborti.  Un lacerante autoritratto rappresenta la sua condizione di sofferenza: Il letto volante.

Il letto volante - Kahlo

Lei distesa, sanguinante, legata da fili rossi, come vene a cui estremi troviamo dei simboli della sua sessualità e della gravidanza interrotta, come la lumaca che rappresenta l’estrema lentezza dell’aborto. Una delle tante tele che manifestano l’irreprimibile desiderio di maternità.

 Un destino simile che la accomuna a Lizzie Siddal, la tormentata musa dei Preraffaelliti, a sua volta pittrice e poetessa. L’“Ofelia” di Millais, probabilmente depressa, soffriva per il rapporto tormentato con Rossetti ma anche per la perdita della figlia. Diede alla luce una bambina prematura, mentre solo un mese dopo, Jane Morris partorì una bambina. Jane non è solo la moglie di William, altro importante pittore della confraternita, ma una modella e amante di Rossetti. L’esistenza dolorosa della “Beata Beatrix” di Rossetti finisce con una dose elevata di laudano.

Dalla tata-fotografa Vivian Maier alla O’Keeffe sono tante le artiste che hanno scelto consapevolmente di non aver figli. Marina Abramovic ha recentemente rivelato, senza non poco scandalo, di aver «abortito tre volte. Un figlio sarebbe stato un disastro per il mio lavoro».

Storie diverse che mostrano come la felicità e il successo di queste artiste sia dipeso dalla complessità dei loro desideri e da un ineluttabile fato.

***precedentemente pubblicato su I like it magazine***

Standard
Photo by Karley Saagi
Il peso specifico delle parole, portfolio

Polaroid, filtri e la nostalgioia

Tutti abbiamo una fotocamera ma non tutti siamo fotografi. Potremmo. Vorremmo.

Una reflex non basta e neppure la super ottica dell’Iphone X.

Non basta un obbiettivo bisogna avere un obiettivo. E magari un po’ di stile o buon senso.

Chi non ha storto il naso per l’ennesimo turista che regge la Torre di Pisa con sorriso sardonico o l’ex compagna del liceo che propone e ripropone selfie imbarazzanti su ogni social?

A chiederselo sono in tanti, scrollando Instagram o passeggiando a Milano come a Venezia e beccando i turisti in pose più assurde che glamour.

Tra i tanti il videomaker Oliver Kmia ha realizzato un video per dimostrare che quando pensiamo di aver fatto uno “scatto figo” probabilmente siamo dei replicanti più o meno consapevoli.

Stile, Occhiali, Instax, Instaxmini, Rosa

L’esperimento “Instravel – A Photogenic Mass Tourism Experience”, reperibile sul web, ne è la prova.

Soggetti diversi che realizzano il medesimo scatto nei luoghi di culto mondiali. La Tour Eiffel, il Grand Canyon o la Fontana di Trevi.

Da una parte ci ritroviamo i Fotografi, spesso basiti dal mare magnum non professionista, e dall’altra la controparte che – figlia di una democrazia degli usi e dei costumi – rivendica la libertà d’espressione.

L’estetica è un’altra cosa, basta saper distinguere?

Più o meno coscienti di questo ogni giorno postiamo foto e vediamo scatti che possono essere suggestivi o estremamente banali, e talvolta aimè, improponibili.

È la stampa, bellezza!: a Roma incontro tra vip
“That’s the press baby” – Deadline

È il web bellezza e non puoi farci niente, si potrebbe dire adattando una frase del film “Deadline”. 

Con fare bogartiano possiamo accettare o meno il flusso che ci arriva…. 

Si può arginare la deriva?

È vintage pensare che stiamo finendo per considerare la fotografia in maniera consumistica? Non si abusava dei rullini o delle polaroid, gli scatti erano meno artefatti.

Se una foto usciva bene lo faceva con tutta la sua spontaneità. E dovevi aspettare. Di finire il rullino, di portarlo a stampare e poi ritirarlo. Di sfogliarle una per una. Le migliori finivano in cornice, appese o comunque in un album. 

C’era l’attesa e la pazienza, due fattori che sfuggono spesso alle logiche ipercinetiche di oggi.

Tanti auguri Dylan McKay, ti ho amato molto ma non troppo - Wonderlover

Forse è solo un po’ di nostalgia anni 90’ per un rituale che appare lontanissimo, ora che basta urlare al Galaxy “Cheese” per scattare, o che si scatta più per mostrare che per ricordare.

Prima le foto “istituzionali” sovrastavano i salotti, quelle dei matrimoni, delle lauree, delle vacanze. Ora in una gallery di Instagram passi dal tramonto in riviera al bacio al parco con uno zoom sul tagliere dell’aperitivo.

Una deriva o un cambiamento? 

La #nostalgioia ci porta però a fondere il passato con il futuro come nel caso delle polaroid 2.0. 

Le Instax (le fotocamere a stampa istantanea) permettono di tornare a scattare con il disagio di trovarsi in mano un ritratto sfocato o peggio ancora una faccia oscena.

Del resto, ora, uno degli incubi della domenica mattina, è la foto dove la tua amica sta benissimo e tu sembri la figlia di Fantozzi stordita da un Negroni.

(Non importa se hai il controllo dei tag troppe persone la vedranno comunque)

Un tuffo nel passato: attrici icone degli anni '90 - FilmPost.it

Oggi con i filtri e le app di ritocco edulcoriamo la realtà e noi stessi. Con le storie che scompaiono dopo un giorno ci abituiamo a dare una visione estemporanea e temporanea di noi stessi

E che troppe volte – filtri a parte – appare poco filtrata, ma tanto è solo per 24 ore no? 

Sì perfino quando decidiamo di inviare un selfie al “tipo del momento”.

Tutto va immortalato e condiviso?

La vita scorre davanti con una velocità spesso caduca ma figlia di un’era iperestetizzante e iperattiva. 

Siamo sempre connessi, sempre in condivisione… e cosa stiamo dando di noi?

**Precedentemente pubblicato su I like it**

Standard
Photo by Emily Finch on Unsplash
Cinema

A piedi nudi nel parco

“Vuoi sapere cosa ho fatto? Ho passeggiato a piedi nudi nel parco!”.


L’abbottonatissimo Paul Bratter (Robert Redford) – ora ubriaco – urla a Jane Fonda in piena crisi nevrotica. Ha deciso di camminare scalzo nell’erba per “liberarsi”. Un po’ come è solita fare l’inquieta moglie che cammina senza scarpe per i corridoi dell’albergo.

Nel 1967, quando “A piedi nudi nel parco” usciva nelle sale americane, il barefooting, probabilmente, era
relegato alle pratiche hippy o ai personaggi naïf come Corie Bratter. Molti anni dopo i medici danno ragione
ai “figli dei fiori”: camminare a piedi nudi fa bene a mente e corpo. L’Earthing va oltre qualche passo senza
ciabatte nel rintronamento notturno, è una vera e propria filosofia di vita: quella di camminare
volontariamente e costantemente senza calzature, per lo più all’aperto. I benefici del gimnopodismo sono
notevoli: migliora le condizioni di salute di piedi, caviglie, gambe, del sistema circolatorio e immunitario,
oltre agli evidenti benefici per l’umore.

Prima di lanciare le scarpe dalla finestra, c’è da dire che questa pratica non è priva di rischi. La scarpa
impedisce al piede di percepire il terreno – e di avere quindi il controllo della camminata – ma è anche vero
che lo protegge: gli agenti patogeni possono penetrare da microlesioni, dal banale pezzo di vetro al
parassita, i rischi, dunque, sono vari. Chi è interessato al barefooting deve iniziare ad allenare il piede e
predisporsi mentalmente verso questo percorso. Ci sono libri e associazioni, oltre a luoghi specifici dove
fare pratica con percorsi e guide.

Togliersi le scarpe appena arrivati a casa e camminare a piedi nudi sul parquet è già un piacere. Farlo
sull’erba ancora di più. È un atto di liberazione dalle costrizioni delle calzature e dalla società per ritrovare il contatto con la Natura. In una società dove tutto è artificiale, dai materiali dei vestiti passando per il cibo fino alle luci degli schermi, camminare a piedi nudi in un ambiente naturale è veramente liberatorio. È
rivitalizzante anche solo immaginare di sentire il terreno umido sotto i polpastrelli e le piante che sfiorano
le caviglie illuminate dal sole …

“Ah, miei piedi nudi, che camminate
sopra la sabbia del deserto!
Miei piedi nudi, che mi portate
là dove c’è un’unica presenza
e dove non c’è nulla che mi ripari da nessuno sguardo!”

(«Ah, miei piedi nudi…», Pier Paolo Pasolini)

**Precedentemente pubblicato su I like it**

Credit copertina: Photo by Emily Finch on Unsplash

Standard
Le cronache di Alice

I conigli bianchi di Alice

Alice perché segue il Bianconiglio nella sua tana?

Alice si annoia, vuole fuggire a costo di mangiare polvere. All’ombra di un albero si è tranquilli e sicuri e con un libro anche in buona compagnia. Ma la vita non si vive al sicuro.

Alice si annoia, vuole fuggire, a costo di mangiare polvere. All’ombra di un albero si è tranquilli e sicuri e con un libro anche in buona compagnia. Ma la vita non si vive al sicuro. Alice scende nella tana, a suo rischio e pericolo, scende dentro se stessa, affronta i suoi demoni  e in qualche modo ha bisogno di farlo da sola.

Alice insegue il Bianconiglio. O il Bianconiglio vuole che Alice lo segua?

Siamo fatti anche dalle cose che abbiamo perduto, quelle che vanno a sedimentarsi da qualche parte e formano un sostrato inaccessibile.

Nonostante tutte le volte che ti senti un cantiere aperto c’è un limite invalicabile per tutti gli addetti ai lavori. Lo speleologo più esperto vi soffrirebbe, boccheggiando in apnea.

Alice esclama:

“Allora, chi sono io? Prima ditemi questo, e poi se mi va di essere quella persona, risalirò, se no me ne starò quaggiù finché non sarò qualcun altro”.

Alice cosa, Alice chi?

Per tutti quei giorni che è impossibile dare spazio alle parole, il silenzio sembra l’unico anestetico concesso, a forza di plasmare parole, di adattarle come se fossero plastilina ci si ritrova a darsi al cut off con l’anima.

“Non posso tornare a ieri perché ero una persona diversa allora”

 

 

 

Standard